C’eravamo lasciati l’anno scorso con un’edizione 2020 che per il FIT è stata miracolosamente viva di corpi: quelli degli artisti in scena e quelli degli spettatori in platea.
Dopo il cataclisma del marzo 2020, dopo l’estate baldanzosa e prima del rinnovato tempo delle restrizioni, il festival aveva finito per incastrarsi felicemente in quel lasso di tempo amorevolmente propizio.
Quest’anno riprendiamo dai sentimenti e proviamo a parlare “dell’amore e di altre cose”.
Un sentimento sempre più fuori moda, un po’ come vuole e prova ogni anno ad essere il nostro festival.
Alla moda, in questo tempo che svuota di senso tutto quello di cui si parla, trendizzati e social sono temi come ecologia, femminismo, transumanesimo, cancel culture, identità di genere…
Non abbiamo alcun dubbio che è necessaria una fortissima sterzata (ahimè la storia è fatta di dimenticanze) sulla questione femminile, che il pianeta è moribondo e bisogna, se necessario, ritornare ad essere partigiani contro lo sfruttamento indiscriminato di un sistema totalmente cieco e bieco, che la questione sul genere sia centrale in un mondo che assimila i cambiamenti ed é capace di andare più veloce della politica.
Ma davvero non ci troviamo molto a nostro agio ad abbattere statue, a cambiare le fiabe di Walt Disney, a pensare una residenza artistica con delle galline…
Un po’ come in teatro, come ebbe modo di dire Enzo Moscato, (drammaturgo e attore, esponente di spicco della nuova drammaturgia partenopea degli anni ’80): “la tradizione non è convenzione, ma è sempre un profondo tradimento”, anche nelle esperienze curatoriali uno sguardo al tradimento delle tradizioni ci pare, soprattutto di questi tempi, quella via media capace di dare sepoltura all’inutilità della convenzione, senza stupida radicalità.
Sembra un discorso reazionario potrebbero dire alcuni, invece è il tentativo di essere fuori moda, perché pensiamo che alcune mode passano veloci e nella testa e nei ricordi non rimane niente.
Se provassimo invece a pensare che ridare senso all’amare ci porterebbe ad avere un mondo meno globalizzato, meno violento, meno antropocentrico, meno nefasto, meno apocalittico, meno cataclismico?
Secondo la dottrina platonica l’amore è contemplazione della bellezza e impulso di elevazione morale. Arthur Schopenhauer, influenzato e ispirato dal buddhismo, definisce la compassione essenza di ogni amore. Hegel sostiene che l’amore supera il diritto, è qualcosa che va oltre ed è più importante. Fromm ha dichiarato che l’amore non è in definitiva un sentimento per tutti, ma piuttosto è un impegno e un’adesione.
Nel 1968 Pier Paolo Pasolini in Teorema, vero intellettuale e per questo capace di veggenza, diceva che il capitalismo stava distruggendo il sentimento primordiale. Diceva: “Amo il sole, l’erba, la gioventù. L’amore per la vita è divenuto per me un vizio più micidiale della cocaina”. L’eretico, lo scandaloso, l’intellettuale eccentrico insegnava a nutrirsi di profondità, a cercare la bellezza e dilatare la qualità del tempo, più che la quantità, provando l’autenticità delle emozioni e l’intensità affettiva dei rapporti umani.
Elaborare la diagnosi della patologia del “non poter amare” a cui la lex mercatoria destina la società contemporanea, già solo questo metterebbe caos in quell’ordine a cui ci sta relegando l’opprimente dittatura del pensiero conformista.
Dell’amore e di tutte quelle altre cose che sono la sua diretta discendenza allora bisognerà ricominciare a parlare.
Dell’amore respinto di Fedra con Leonardo Lidi.
Delle lettere d’addio con Michikazu Matsune.
Della malinconia che ci coglie con Francesca Sproccati.
Della celebrazione dell’AMORE con Sergio Blanco.
Dell’altra faccia di sé stessi con Simon Senn.
Dei ricordi con Ruth Childs.
Della fragilità delle relazioni con Marc Oosterhoff.
Del ritorno all’amore verso il testo teatrale con Luminanza.
Del legame tra spettatore e finzione con Matias Umpierrez.
Della follia, anche amorosa con Rodrigo García.
Della cura verso corpo, rito e linguaggio con Lingua Madre.
Delle ossessioni/passioni con Pedro Penim.
Di fede e del suo contrario con Filipe Pereira.
Dell’amore per le proprie origini con Jaha Koo.
Di fedeltà e infedeltà alla legge con Romeo Castellucci.
Come professa Lope de Vega e come dirà Blanco nella sua conferenza autofinzionale, l’amore è una scienza che ci rende saggi, ma anche che ci connette con la nostra parte più brutale.
In poche parole ci rende UMANI.
Paola Tripoli
Direttrice artistica FIT
Quando Paola Tripoli mi ha detto che il tema di quest’anno sarebbe stato l’Amore sono rimasto stupito. Non tanto dalla scelta in sé, il mio rapporto con Paola va talmente aldilà di una collaborazione lavorativa che avrei dovuto aspettarmi, dopo tanto parlare di realtà, che ci si sarebbe dovuto piegare alle ragioni emotive legate alla cura dell’altro. Dico piegare perché, essendo il LAC tra i produttori dello spettacolo di Romeo Castellucci e del lavoro su Fedra del giovane Lidi, la necessità di questo tema appare proprio dove meno te l’aspetti. Non è mistero che l’amore è scienza che porta verso la saggezza e nello stesso tempo ci apre verso gli abissi della brutalità e della violenza. Per sua stessa conformazione questo terribile e inevitabile sostantivo, che persino in italiano pare negare l’appartenenza al genere maschile o femminile, si mostra ogniqualvolta l’umanità tocca i suoi picchi più alti di abiezione. Fedra ce lo dice perfettamente, il suo anelito verso il figliastro altro non è che il gioco sinistro di una Dea, eppure, se come sappiamo gli Dei non esistono e mai sono esistiti, arriva per forza un punto in cui è necessario dirci che quel sentimento carico di primitive pulsioni contraddittorie, come il Logos di Eraclito, deve essersi fatto strada nel mondo a furia di tentativi disperati e pericolosi: come tutto su questa terra, ha combattuto per sopravvivere. La Torah ebraica dice che lo sguardo amorevole di Dio si allontana dal mondo quando il suo popolo smette di guardare verso Dio, ma Dio torna proprio nel momento più terribile, quando a causa della sua assenza l’uomo è sull’orlo del baratro e della sopravvivenza. L’amore torna a curare l’umanità in un ultimo estremo gesto di compassione. Fuori da ogni schema religioso, il sistema quasi scientifico non cambia: l’essere umano ritrova sé stesso, solo dopo un atto di estrema compassione verso il sé, che giunge quando ogni brutalità si è violentemente scatenata nel mondo. Tutti questi pensieri contraddicono il mio stupore iniziale, come tanti uomini cinicamente protetti dalle maglie del linguaggio non posso che ringraziare di cuore Paola per la scelta di questa edizione. Solo una donna, di acuta sensibilità e intelligenza, poteva avere il coraggio di un gesto di amore, proprio quando lo smarrimento generale post pandemico appare come l’unico stato dell’anima.
Carmelo Rifici
Direttore artistico LAC
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