EDITO

DALLA SOCIETÀ DELL’OBLIO ALLA COMMOZIONE USA E GETTA. QUESTA È LA STRADA DEL NON RITORNO

I bruti, i folli, i rabbiosi sono tornati.
Quelli assetati di soldi e di potere vivono tra noi.
Quelli senza scrupoli, senza senno, senza pietà governano i nostri stati.
Pensavamo che l’orrore di Norimberga sarebbe bastato e invece, noi tutti, abbiamo clonato i nuovi gerarchi.

Al barbiere abbiamo chiesto di togliergli i baffetti, all’agricoltore di mettergli in mano una motosega, al grafico di rispolverare per loro simboli dimenticati, al sociologo i trucchi per alimentare la paura, al medico di dirgli quali farmaci usare per indurre all’oblio, agli avvocati e ai loro seguaci di salvarli anche se colpevoli davanti a Dio, davanti alla storia, davanti al mondo.

Siamo tutti colpevoli.
Gli abbiamo creduto quando hanno coniato la menzogna che la democrazia è la roccaforte del privilegio.

Abbiamo una memoria emotiva breve, empatia lampo, rabbia a comando, tristezza performativa. Siamo una società che si commuove ma non cambia. Non accumuliamo memoria, ma solo emozioni residue. Dimentichiamo il passato ma ci ingozziamo di un presente fatto di merci e true crime.
È questa la strada del non ritorno?
Forse qualcosa ancora si può.

Noi proviamo, continuando ad essere radicalmente radicali.
Ancora e ancora darci appuntamento in un luogo. Il teatro. Fare un viaggio. Partecipare a qualcosa di scandaloso e destabilizzante, perché prossimo e in presenza. Lasciare agli artisti sfidare l’amnesia collettiva, far rivivere i fantasmi, metterci al loro cospetto per indignarci del nostro oblio.

I fantasmi di Francesca Sproccati che con Venir meno si muove in un racconto che parte da suo nonno partigiano e Hypnos il dio del sonno. Che si chiede cosa significa per lei e per noi, oggi, la parola Resistenza.

I fantasmi de El Pacto del Olvido che ha cancellato la memoria del franchismo e della guerra civile. Un’amnistia di tutti per tutti. Un oblio di tutti per tutti. Sergi Casero Nieto esplora le diverse condotte generazionali rispetto all’amnesia istituzionalizzata.

Profonda la riflessione che porta Carmelo Rifici e Livia Rossi a indagare nuovamente due testi cecoviani Tre sorelle e Il gabbiano. Possiamo chiedere a Čechov di intervenire nella questione della Russia e nell’Europa di oggi?

Mila Turajlić ricorda. In Non-Aligned Newsreels: Voices from the Debris, archivi dimenticati dalla Ex-Jugoslavia rivelano l’eredità perduta del Movimento dei Paesi Non Allineati che si batteva per la decolonizzazione, il disarmo e l’antirazzismo, eppure rimane assente dalla storia occidentale.

Asteoride di Marco D’Agostin in questo palinsesto rappresenta, il “forse qualcosa ancora si può” di cui parlavo prima. Un omaggio al musical…che vaga tra tradimenti, ossa di dinosauro e misteriose grotte piene di iridio e racconta la straordinaria capacità della vita – e dunque dell’arte – di ripresentarsi sempre, in nuove forme, senza soccombere mai.

Per ricordarci di ricordare arriva Nadia Beugré che in Épique! (Pour Yikakou) intraprende un viaggio verso il villaggio della sua infanzia tramite diverse figure femminili archetipiche.

Camilla Parini apre il triennio di produzioni del FIT, nell’ambito del progetto di co-creazione “Sentieri Selvaggi” rivolto alla gioventù, con Se volevo vivere sotto pressione nascevo pentola. Un processo che ha dedicato un tempo all’ascolto e un tempo al fare insieme, capace di diventare un gesto politico, un atto di militanza poetica.

Fata Morgana di Tamara Gvozdenovic ci trasporta nell’accattivante effervescenza di un club, dove ci si addentra nei meandri di desideri e utopie intimamente legate alle culture alternative del passato. Getta uno sguardo acuto sulla nostra epoca che ha smesso di creare mondi che ci uniscono.

C’è spazio nella nostra società per persone che deviano dalla norma? Cosa significa prendersi cura gli uni degli altri in un mondo che cambia? Finding Willard di Tom Struyf è un ritratto di sinceri tentativi di cura umana. Mostra come la buona volontà si perda in un sistema sbagliato.

One’s own room Inside Kabul di Khademi/Gillet è un invito a entrare nel soggiorno di una giovane donna afghana isolata dal mondo esterno dopo l’ascesa al potere dei talebani. Serve a ricordare quanto rapidamente le libertà fondamentali possano crollare.

Con Magda Toffler Boris Nikitin scava nel passato di sua nonna, di cui si scoprono, solo dopo la morte, le origini ebraiche e una vita passata a nascondersi. Un testo che intreccia storia personale e collettiva.

Raccontare un viaggio all’interno di un processo creativo. Questo è Prismi, un’installazione a cura di Alan Alpenfelt con testi di Joséphine Bohr, Lea Ferrari, Romeo Gasparini, Matilda Meneghetti.

Julian Hetzel in Three Times Left is Right si interroga sulla polarizzazione e sul futuro della democrazia.
Come possiamo vivere con persone che hanno idee lontanissime dalle nostre?
Tramite un ritratto di famiglia che amplifica le fratture della società, siamo invitati a esplorare conflitti ideologici in cui la violenza è normalizzata.

In un mondo dove la realtà è pornografica, il teatro è atto di pudore.  E il pudore, oggi, è una forma di resistenza.

Paola Tripoli
Direttrice artistica FIT

RICORDARE? SÌ, MA COSA?

Il FIT, nella sua ormai storica programmazione, ha spesso indagato la relazione tra individuo e Storia, tra l’intimo e il collettivo, tra ciò che ricordiamo e ciò che scegliamo – o siamo costretti – a dimenticare.

Le scelte della sua Direttrice, Paola Tripoli, mi sembrano convergere quest’anno proprio sul tema della memoria e della sua rimozione, in termini non solo politici e culturali, ma anche profondamente esistenziali. La memoria non è mai solo archivio: è un campo di battaglia, un luogo di conflitto tra verità e narrazione. Rimuovere la memoria è un gesto violento, spesso compiuto per sopravvivere, ma che porta con sé una forma di mutilazione. Ci illudiamo di liberarci dal peso del passato, quando in realtà lo sotterriamo vivo, pronto a riemergere nei sogni, nei traumi, nelle crepe della coscienza. Il rimosso ritorna sotto forme perturbanti e il teatro è il luogo perfetto per il ritorno del rimosso, perché sulla scena tutto si rende visibile, anche ciò che nella vita viene taciuto. Il palcoscenico, con le sue forme della contemporaneità, richiama proprio la natura della memoria stessa: non lineare, selettiva, distorta.

Anche sul piano politico le scelte del FIT sembrano denunciare i rischi di una rimozione sistematica della memoria storica, specialmente in tempi in cui le narrazioni si fanno sempre più semplificate e manipolabili. “Dimenticare è il primo passo verso la ripetizione dell’errore!” si potrebbe affermare, ma allo stesso tempo, non glorificherebbe una memoria assoluta: perché ricordare tutto non è possibile, né sano. Il punto è scegliere consapevolmente cosa custodire, come custodirlo, e perché.

Forse è proprio questo il senso del festival di quest’anno. L’arte, prima di ogni estetica, è portata a scegliere, e così chi l’arte la cura, la programma.  Il teatro diventa allora un atto di resistenza alla rimozione, una pratica etica e politica che ci costringe a guardare in faccia ciò che fa male, ciò che è stato escluso, negato, dimenticato. Un invito a riappropriarci del nostro passato, non per restarne prigionieri, ma per comprendere meglio il presente, consapevoli che comprendere non significa quasi mai risolvere.

Carmelo Rifici
Direttore artistico arti performative LAC