C’era morte e morte. Da oggi c’è un prima e un dopo. Per un momento la storia si è fermata. Quella di prima distingueva i ricchi, da quelli della “terra di mezzo”, dai poveri.
La parte fortunata del mondo da quella disgraziata. C’erano persone a cui si riconoscevano diritti inalienabili e altre che, fin dalla nascita, non godevano di alcun diritto.
Chi poteva piangere i propri cari, da quelli che non sapevano se i propri figli, mogli o mariti, erano giunti a destinazione e da lì avrebbero iniziato, il sia pur difficile percorso verso una nuova vita.
C’erano governanti liberali, progressisti, liberisti, populisti e dittatori.
Tra prima e dopo, nel mentre, qualcosa stava accadendo. In quel tempo sospeso, di poco diverso tra nazione e nazione, qualcosa di subdolo si stava preparando. Noi eravamo intenti a comprare farina e provavamo a panificare a casa, nei nostri forni incapaci, come noi, a fare di necessità virtù, a riappropriarci della famiglia, la nostra, a scendere in cantina a ricercare attrezzi che ci permettessero, grazie ad un tutorial, di improvvisarci, idraulici o falegnami.
Per intanto la grande rivoluzione che ci avrebbe costretti (noi da soli non ne saremmo mai stati capaci si diceva) a ripensare il mondo era già fallita.
Il Sistema aveva generato, ancora una volta, un antidoto alla rivoluzione.
Un animale a tre teste: quella delle Democrazie, quella delle Dittature, e quella delle Democrature. Un antidoto su cui si stava già lavorando in laboratorio da qualche tempo, in realtà.
Ma ora, la terza D del mondo postcapitalistico, sta debuttando nella sua completezza.
Suoi figli e figlie sono l’emergenza e lo stato d’eccezione, il genocidio intenzionale, l’infinitezza umana, la cultura come merce-prodotto, l’arte come eventificio, il diritto senza obblighi, la sfida alla morte, la simulazione dell’esperienza, la disgregazione del concetto di comunità, la banalità del male commesso da tanti signor nessuno.
L’emergenza sanitaria forse passerà, ma non sarà l’unica. Lascerà molte vittime sul campo.
Sarà compito dell’arte fare attivismo politico e poetico.
Ricreare il bene comune, contro la furberia della sopravvivenza. Ricordare che le emozioni per lo più sono tridimensionali. Dire che la morte può arrivare in ogni momento e ristabilire un legame tra l’uomo e la coscienza della sua finitezza, della sua vulnerabilità, per far si che si possa celebrare di nuovo quel qualcosa che più di altro ci connette con la vita.
Mentre scrivo, è ancora vicino un tempo che non posso dimenticare. Un tempo in cui il festival ha scelto di esserci “al mondo” solo con due lettere ai nostri spettatori, agli amici a tutti i cittadini, a coloro che ci seguono.
La prima in cui dicevamo che ci stavamo raccogliendo nelle nostre case ma che avremmo continuato a pensare scegliendo la via del silenzio.
NO FB, NO Instagram, NO Streaming, NO Open archivi on line.
L’altra in cui annunciavamo che dopo aver dato vita al piano A/B/C/D per il FIT 2020, anche se ancora frastornati, eravamo tornati sulle rive del fiume Cassarate.
Sapevamo di avere un dovere perché la cultura è il motore di una società che vuole nutrire anima e corpo dei suoi cittadini.
Arriva così il FIT 2020 con un programma che tiene conto di quello che è accaduto. Alcuni artisti non possono essere con noi, ma altri saranno a Lugano con le loro “riflessioni espanse” sul mondo.
Non un tema ma dei corpus che raccontano ciò che abbiamo attraversato.
Un corpus dedicato al corpo, con Lorena Dozio, che interroga il visibile e l’invisibile, l’apparizione e la sparizione. Con Ruth Childs che mette insieme tutti i ricordi musicali che hanno modellato il suo corpo negli anni della sua carriera precedente per farne qualcosa di suo, di nuovo. Con Aiep e la presentazione di un nuovo progetto di realtà virtuale e aumentata.
Con l’esperimento di Simon Senn con un corpo-avatar che lui, attraverso una ricostruzione 3d, abita nella versione digitale, con tutte le sue conseguenze esistenziali, legali e psicoanalitiche.
Un corpus dedicato allo spettatore, quello di Trickster-p che ancora una volta esprime una linea poetica che pone al centro l’esperienza dello spettatore, nella ferma convinzione che l’incontro con la proposta artistica debba essere fortemente personale e immersiva.
Quello più denso dedicato alla morte e a quella sorte di morte che è la censura.
Con Anagoor, e il loro grand tour di Mefistofele, un concerto per immagini, in cantiere fin da prima della pandemia e che appare come un’opera profetica per temi e per forma, nel suo presentarsi come spettacolo dal vivo ma in assenza dei corpi.
Arkadi Zaides che sceglie di raccontare il grande “sito commemorativo” che si chiama Mediterraneo dove dal 1993 in poi hanno trovato la morte almeno 40.000 persone. Sergio Blanco che con profondità, radicalità e nitidezza ci convincerà che è possibile parlare della morte senza che sembri un argomento complesso, senza evocare solo il dolore, spiegando anche la necessità di celebrare qualcosa che ci collega così tanto alla vita. Con Jaha Koo che si interroga su quando e come il teatro occidentale fu importato nel suo paese e come sostituì, censurando, il teatro popolare e tradizionale al punto da diventare l’unica espressione teatrale in Corea del Sud.
E all’immortalità con Tabea Martin che crea un mondo in cui antiche divinità e creature vengono rianimate dalle fantasie dei bambini. E se vivessimo tutti per sempre? Attraverso la danza tutto forse può sfociare in una grande festa.
Ai cambiamenti del paesaggio, nell’installazione di Alan Alpenfelt, dove emerge la consapevolezza degli effetti del turismo di massa, dei trasporti moderni, dei cambiamenti climatici, dello sviluppo industriale e la responsabilità, in questo, dell’essere umano.
Lo spettacolo di Huysmans&Dereere denuncia invece lo sfruttamento esasperato del sottosuolo dell’isola di Nauru, esemplare parabola dell’epoca moderna.
Al corpus sull’arte. Con una sorta di divertissement intelligente, leggero e di gusto francofono della 2b company con François Gremaud e Victor Lenoble. Mettono in prospettiva i vasti territori della creazione artistica e la posta in gioco di una pratica e di una riflessione collaborativa. O con Marina Otero a cui, per ora, non è facile raggiungere la Svizzera perché l’Argentina (il suo paese) è uno di quelli “a rischio elevato di contagio”. Che ci parla di Gustavo Garzon, attore famosissimo abituato sempre e solo a lavorare per tanto denaro. Uno spettacolo che diventa un incontro impossibile tra il teatro e la performance, tra l’arte e il denaro.
Arriverà Marina? Noi ce lo auguriamo.
Paola Tripoli
Direttrice artistica FIT
Sono dell’opinione che il teatro in questo momento non possa che parlare di violenza. Assistiamo attoniti, nonostante l’abitudine e il bombardamento mediatico, ad una cultura. La scorsa stagione, il FIT aveva contemplato nella sua programmazione di includere la produzione del LAC Macbeth, le cose nascoste. Di quello spettacolo, di cui ho firmato la regia e interrotto dal covid19, ricordo perfettamente la replica abortita, perché proprio quella sera in Italia si decideva di chiudere tutto. Lo sconforto degli attori e dei tecnici, la paura del teatro di non sapere fronteggiare la situazione, l’ironia superficiale delle battute di spirito su un virus di cui non si sapeva niente, cercavano di farsi largo nella cupa scena del Macbeth. Quella sera andammo comunque in scena di fronte ad una ventina di spettatori e fu, per me, una serata indimenticabile. Lo spettacolo finisce con la frase “la fine è l’inizio e l’inizio è la fine”, parole ancora oggi colme di una sapienza inascoltata. Poi arrivò veramente una fine: in Lombardia ambulanze e mezzi militari facevano la loro trionfale quanto lugubre entrata, ci furono i morti (ci sono i morti) e una strisciante e alquanto diabolica speranza incominciò a penetrare nelle fessure delle case chiuse a doppia mandata: “e se fosse l’inizio di qualcosa di più importante? E se ci fosse un significato profondo e umano in questa piaga?”. Shakespeare però insegna che tutto resta nel silenzio, inascoltato dai più, perché l’inizio della fine, o la fine dell’inizio non può che terrorizzare una massa incapace di scegliere per il bene, ma sempre e solo disperatamente arrampicata sullo specchio dell’autorità statale. Lo specchio di uno Stato responsabile al suo posto: libertà in cambio della vita. Io, al contrario, non posso che continuare a sperare che il teatro possa essere (riesca ad essere) un antidoto al peggiore dei virus: quello della paura. La programmazione del FIT di quest’anno, lungimirante nelle sue scelte veramente contemporanee, ovvero la scelta di stare fuori dal tempo e non immedesimato nel tempo, cercherà nuovamente di ri-costruire un’arca della alleanza, montata con linguaggi complessi e articolati, contraddittori e complementari, un’esile e fragile nave di significati e significanti in balia del tormentato mare in tempesta degli affanni degli uomini.
Carmelo Rifici
Direttore artistico LAC
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