Viviamo in un mondo che assomiglia sempre più all’inferno. Noi, cittadini non alla ricerca di un paradiso perduto, ma uomini che tentano di ricostruire il presente.
Paradiso è diventata una parola che riporta la nostra mente a splendide immagini di cataloghi per turisti, all’Eden di cristiana dottrina o ad uno dei tre tomi della Divina Commedia; evoca la promessa di essere i giusti in un luogo felice, nonostante tutto a discapito di tutti.
È un Eden da ventunesimo secolo quello in cui siamo collocati oggi, leggero ed evanescente, veloce e non impegnativo, piegato a misura 3.0 in un oggi così rapido da non prevedere la costruzione di un futuro.
C’è chi ci pensa per noi, illudendoci di poter costruire il presente che prende forma in un surrogato di desideri indotti, tenta di generare aggregazioni, che risultano spesso tentativi di comunità storpie, mancanti di empatia in spazi con confini invalicabili, tentativi continui, apnee di unioni ad effetto placebo.
La bellezza salverà il mondo affermava il principe Miškin. Alla bellezza è affidato il potere di ricomporre un’unità armonica. La bellezza, è quella che può salvare quella di un genere umano che guarda il mondo nella sua verità, indignandosi, protestando, che provoca azioni e rivoluzioni personali ogni giorno.
L’inferno delle guerre e dei soprusi, nonostante chilometri di distanza, è un inferno che ci riguarda, così come l’illusione della libertà.
È lo “splendore del vero” di origine platonica, che si fa beffa di noi e si mostra tutte le volte che lo incontriamo attraversando un metal detector senza scarpe, nelle nostre metropolitane, nei concerti all’aperto, nelle discoteche, nel vicino della porta accanto, nello sguardo obliquo che offriamo ad uno zaino solitario.
Il nostro daimon quest’anno è lo struzzo. Simbolo della capacità di dominare le difficoltà più aspre. “Spiritus durissima coquit”, lo spirito digerisce le cose più dure, virtù necessaria più che mai, ora che la dittatura del denaro e delle merci imperversa e le coscienze libere tentano di non fare come tutti, cioè nascondere la testa sotto sabbia.
Noi vorremmo ricominciare a pensare e a vedere. Vedere la bellezza che contenga in proporzioni esatte melodia e rumore. Con un festival che vuole quindi armonia, tra polis ed individuo, tra il tutto e le singole parti, uno spazio pubblico nel quale tutti i cittadini possano sentirsi parte fondamentale, partecipando.
Con Matthew Lenton e il suo doppio spettacolo Striptease & Out at Sea che discute sul concetto di classe, sfruttamento e limiti della democrazia.
Con Officina Orsi che in Su L’Umano sentire cap.2 Maneggiami con cura, sul tema della mancanza, mette al centro della sua ricerca l’uomo e il sentire della comunità.
Con Sanja Mitrovic e Vladimir Aleksic che in I Am Not Ashamed of My Communist Past affrontano la recente storia della Repubblica socialista federale di Jugoslavia, un paese che ora esiste solo nell’immaginazione e nella memoria.
Con Cut di Philippe Saire che, con la danza e attraverso un meccanismo spaziale che non è solo un dispositivo, rappresenta la frattura che deriva dall’esilio. La narrazione ripercorre il momento in cui la famiglia di Saire fugge dall’Algeria nel periodo in cui il paese veniva liberato.
Con Tu es libre di Teatro i che entra nel vivo dei nostri giorni, ripercorre la storia di Haner, giovanissima francese di origine araba che parte per la Siria per unirsi a Daesh. Non per raccontare storie abusate dai rotocalchi giornalieri, ma per interrogarsi sul concetto di libertà. Noi sappiamo accettare una libertà per cui la vita non è necessariamente un valore?
Con la ricerca di un significato nella vita, nel testo Assetàti di Wajdi Mouawad nella mise en espace di Caterina Gozzi che racconta una storia onirica e vibrante attraversata da interrogativi presenti in tutta la drammaturgia dell’autore: l’identità, la scrittura, la finzione e il senso della bellezza. Dove anche la bellezza del gesto artistico, insita nella rivisitazione di una fiaba come H+G di Trickster-p assume valore politico nel momento in cui questa Biancaneve, ben lontana dalle pin-up dei nostri giorni, ha qualcosa di diafano, corpo perfetto, ma già cadavere predestinato.
Con la docu-fiction del collettivo olandese Wunderbaum in cui gli attori, convinti che il teatro non basti a fare la differenza, smettono di fingere di agire e passano davvero all’azione, nel tentativo di cambiare radicalmente il mondo.
La bellezza iconica di Anne Teresa de Keersmaeker e di Rosas danst Rosas, capolavoro della danza contemporanea; di Collettivo Ingwer, con Io sono un’altra. Dove politica diventa l’indagine di Tagliarini/Deflorian ne Il cielo non è un fondale, del fenomeno irreversibile dell’urbanizzazione dei paesaggi e dei modi di vivere.
Della cilena Manuela Infante che in Estado Vegetal gira senza sosta intorno a un dialogo impossibile, quello tra gli esseri umani e le piante. Il dialogo fallito con la natura che è forse il nostro monologo più innato. Per ritornare alla politica in senso stretto, con Ahmed El Attar che in Before the Revolution, non potendo parlare nell’Egitto di oggi di ciò che sta accadendo dopo la “rivoluzione”, parla di ciò che ricordiamo accadeva prima. Boris Nikitin, Hamlet, un Amleto che non è Amleto. Questo Amleto è Julian Meding. Un Amleto destabilizzato da un mondo che percepisce come falso e ingannevole, fino a quando decide di fingere la pazzia e giocare con la sua stranezza.
Paola Tripoli
Direttrice artistica FIT
La linea estremamente politica della programmazione del FIT di quest’anno appare necessaria e indispensabile. Segno artistico e segno politico si rincorrono, corrispondono, si mettono in conflitto. Il terreno storico su cui poggia il lavoro di Ahmed El Attar, Sanja Mitrovic, Vladimir Aleksic e Matthew Lenton, fonte fertile sulla quale creare teorie politiche e dibattito, si contrappone alla liquidità del lavoro di Nikitin su un Hamlet sempre più dubbioso e sempre meno amletico, all’impossibilità del reale di Manuela Infante. Realtà storica e gesto artistico in continua metamorfosi, in una fragile e commovente messa in discussione. La realtà dell’esilio, dell’esodo trasformata nell’astrazione dei corpi di Philippe Saire, la realtà disarmante del reclutamento dell’Isis nella ricomposizione letteraria di Francesca Garolla che tenta di far diventare segno la storia. Questa programmazione mi riporta alla memoria le parole della teorica politica Hannah Arendt: “Solo quando una storia giunge al termine può essere raccontata. È discutibile che un’idea abbia una fine come una storia”. Parole importanti che riverberano negli spettacoli del FIT, alcune storie sono giunte al termine, come nel caso della fine delle Repubbliche socialiste o della guerra civile in Algeria, altre sono in pieno svolgimento, in ogni caso le idee degli artisti non hanno una fine, sono zattere sul mare impetuoso alla ricerca di un approdo difficile da trovare.
Carmelo Rifici
Direttore LuganoInScena
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