Ci vuol coraggio a parlare di rivoluzione. Non tanto perché i rivoluzionari, da sempre, sono coraggiosi, ma soprattutto perché è una parola talmente desueta, totalmente estranea, che parlare di rivoluzione non solo ci fa sentire vecchi, ma ci fa sentire stupidi e fuori tempo. Noi abbiamo deciso di non restare fuori da questo nuovo tempo che non ci piace, ma di affrontarlo con gli strumenti a noi congeniali: il discorso, le relazioni. Il nostro metodo è quello delle piccole rivoluzioni, singole e gentili. È così che Sudan, l’ultimo esemplare di rinoceronte bianco settentrionale che muore, è riuscito a lasciare un segno.
Biografie e autobiografie è la scelta artistica con la quale vogliamo riprendere la tradizione storiografica storicista che riconosceva un ruolo centrale all’individuo e che voleva l’uomo artefice della storia. Non un’ossessionante e tossica democratizzazione tout court, dove tutti si permettono di affermare le proprie idee, di dire o fare in nome di quel potere che il populismo sta assegnando a tutti, ma proprio il contrario. Riaffermare che il mestiere di raccontare, mostrare, fare, agire con l’uso dell’arte, è proprio degli artisti, in questo caso di ogni singolo artista che, con la sua storia o con la storia di altri, sia anche di gente comune, (come direbbero i populisti), vuole ribadire che l’arte non deve essere approvata o creata da una democrazia ma dall’artista. A chi di questi tempi non ha più caro il concetto della morte dell’arte e dell’artista, noi rispondiamo mettendolo al centro. Abbiamo deciso di fare nostri gli insegnamenti di Ortega e Deleuze, che nella loro contrapposizione ci permettono di recuperare l’interezza dell’esperienza teatrale. Il teatro come luogo dello sguardo, come spazio, come visione e, il teatro come ascolto.
Abbiamo scelto artisti che attingono alla realtà ma capaci di portare nella loro visione una idealità elaborata in forme e contenuti contemporanei. Carmelo Rifici e Angela Dematté raccontano di un rapporto tra un padre e una figlia, che si chiama Mara Cagol, in un periodo tra i più bui della storia d’Italia, quello delle Brigate Rosse, in cui una protesta e un ideale politico, diventano lo sfondo, grazie ad un testo bellissimo e ad una regia lucida, per raccontare un affetto e un distacco.
Janek Turkowski che con Margarete, in una sorta di video story telling show, permette a sedici spettatori, in uno spazio informale e intimo, di incontrare una donna della Germania comunista, che lui ha “conosciuto” per caso acquistando una pellicola Super8 in un mercatino e con lei apre lo sguardo sul quel mondo dimenticato.
Lo fa Gabino Rodríguez/Lagartijas Tiradas al Sol, collettivo messicano che mette al centro della propria poetica artistica l’idea che mettere in scena qualcosa implica un desiderio di rivolta e che quindi non c’è scena senza un certo malcontento verso la realtà.
Oppure, in una sorta di biografia di Giuliana (personaggio del film di Antonioni Deserto Rosso a cui lo spettacolo si ispira) e con lei di tutti noi, lo fanno bene, come sempre, nella loro drammaturgia destrutturata, fatta di una teatralità quotidiana, Deflorian/Tagliarini con il loro nuovo spettacolo Quasi niente, prodotto da LuganoInScena, al debutto internazionale al festival.
Così anche Mohamed El Khatib, esponente di un teatro documentario che ci piace, che non ammicca al pubblico con furbizia, lo fa con il suo splendido C’est la Vie, dove mette in scena la perdita, il dolore di due genitori/attori che hanno perso i loro figli.
Uno spettacolo fortemente politico, con un deciso impianto registico e mai tanto attuale, quello dei due registi greci Anestis Azas e Prodromos Tsinikorische con Clean City ci raccontano la vita di cinque immigrate in Grecia, donne che puliscono le strade, tentando la sorte, in un post crisi dove il partito di estrema destra Golden Dawn vuole “purificare” la Grecia da migranti e rifugiati.
Lo fa con una sorta di “autobiografia”, Alessandra Celesia/Curious Industriesche fa rivivere l’Heidi che è in lei, nata sulle montagne della Val d’Aosta e trapiantata come Heidi in città, a Parigi. Un percorso a metà strada tra la fiction documentaria cinematografica (potremo vedere anche un suo film a Manno), strumento che la Celesia usa magistralmente, e il teatro.
Roberto Corradino/Reggimento Carri che in forma di farsa, porta in scena l’amore e la rabbia per la madre scomparsa da poco, con una regia/non regia che, come nel suo teatro, modella su sé stesso e che, questa volta, incontra la forte presenza scenica di Teresa Ludovico.
Artisti che parlano con il linguaggio della danza e della performance come Francesca Sproccati, giovane performer ticinese al suo primo spettacolo come autrice, che debutta al festival; la coreografa svizzera Tabea Martin insieme a Simona Bertozzi, in un piccolo capolavoro intelligente che ci porta ai margini della nostra condizione di essere condannati all’effimero; Ioannis Mandafouniscon il suo concerto danzato; Jeremy Nedd che fa diventare il suo Communal Solo da pezzo danzato a esperienza collettiva.
In un periodo di vera transizione politica, di indeterminatezza, di nuovi revanscismi, solo un ritorno ad un nuovo concetto di “arte, artista, intellettuale” può operare dei cambiamenti nel corso delle cose.
Spazio anche alla voce di un filosofo, Bruno Doriano Milone che per due pomeriggi, in libreria, ripercorrerà, in linea con la scelta artistica del festival, biografie di artisti realizzate da altri artisti.
E spazio al documentario cinematografico, con la nostra domenica mattina al Lux, Café Ciné da non perdere: Cristina Nuñezcon Someone to love, che le è valso il Premio Celeste nel 2012 e quattro cortometraggi tratti da autobiografie custodite in forma di diari al Museo del Diario e Archivio di Pieve Santo Stefano.
Paola Tripoli
Direttrice artistica FIT
Il festival quest’anno mette al centro, o sarebbe più appropriato dire, riconferma il suo totale interesse verso l’artista e la sua necessità di raccontare storie: proprie e altrui. Il teatro contemporaneo non è mai stato così vivo, fertile. Attento a tutte le forme di comunicazione, bulimico nel nutrirsi di tutto ciò che non è teatro, soprattutto di realtà, il pericolo che corre il teatro contemporaneo è la perdita del suo rapporto con la metafora, con il simbolo. Era inevitabile con la caduta delle ideologie che anche il teatro girasse la sua lente verso il reale e non verso l’ideale, abbandonasse strutture rigide e sistemi troppo ideologici, lasciando per così dire la tradizione in favore della sperimentazione, la narrazione per l’accadimento, l’artificio per l’iperversismo. Il prezzo che ha dovuto pagare è stata la distruzione del suo rapporto con il doppio, con il simbolo, con l’inconscio collettivo.
Credo che sia per questo che negli ultimi anni, consapevoli dell’impossibilità di un cambio di marcia, molti attori, registi e performer hanno sentito l’esigenza di diventare autori. Contemporaneo o meno, il teatro che ancora oggi si fa metafora, ha bisogno di ricucire uno strappo, ricreare un’alleanza con quella forma di ricostruzione ordinata degli eventi umani chiamata Storia.
Certo, il tempo presente, la tecnologia, la fisica quantistica hanno mostrato quanto opinabili fossero le coordinate spazio temporali che avevano governato il mondo, e anche il palcoscenico, ma quell’esigenza politica dell’artista di trovare un senso, un nesso fra le cose è di per sé ineliminabile. Con Paola Tripoli siamo convinti che il teatro non possa che essere contemporaneo e non possa che parlare al presente, ma attraverso le scelte di quest’anno cerchiamo anche di evitare la trappola di far parlare solo la forma del presente. Diamo voce, al contrario, a quegli artisti che attraverso la propria storia, ma spesso anche grazie alle storie degli altri, tentano una strada impervia ma molto interessante: il recupero della metafora.
Carmelo Rifici
Direttore LuganoInScena
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