Dedicato a Vania e al suo animo che ha sempre guardato il mondo con gli occhi dei poeti.
Non lontano, all’orizzonte, imperversa la furia dei nazionalismi, dell’antidemocrazia, della globalizzazione, dell’emergenza ecologica.
Sono giorni senza poeti. Giorni in cui il sonno della ragione genera mostri.
I lupi ritornano sulle Alpi per cercare la salvezza.
Eppure nessuno pare preoccuparsene. Si additano loro come bestie selvagge e portatrici di morte e distruzione, mentre in quella parte del mondo “fortunata” e votata al capitalismo, l’uomo ha iniziato un viaggio negli inferi.
Quelli che se ne preoccupano e provano ad argomentare vengono raggiunti da parole sbeffeggianti da governanti che hanno perso il senso dello S0tato, da un “popolo” rabbioso e incurante del disfacimento di valori e umanità.
Niente e nessuno ha il potere di riportare la ragione agli stolti.
Mentre il mondo si riempie di macerie.
Questo è un tempo in cui i signori del potere negano l’effetto serra; riducono in povertà i propri popoli; riprendono ad uccidere le balene; negano colpe antiche e sfruttano come schiavi d’estate, in campagna, gli “uomini neri”; generano nei nostri figli l’alienazione tecnologica; calpestano i diritti dei lavoratori; rimpinzano di soldi le multinazionali nascondendosi dietro la globalizzazione; lasciano morire di fame popolazioni intere ma rubano le loro ricchezze; mostrano rosari e invocano la madonna per un pugno di voti.
Il mondo sta bruciando e i nuovi Dei, la violenza e il potere, le due parole che legano insieme la visione del FIT 2019, vanno a mille all’ora.
L’ultimo rivoluzionario rimasto è l’emissario di Dio sulla terra, un Papa che, in questo mondo senza amore, viene sbeffeggiato da questi Dei che millantano benessere e giustizia e viene messo alla berlina anche da quelli che si ritengono cattolici.
In un’intervista Jens Hillje, artista e studioso (Leone d’oro alla carriera per il teatro – Biennale di Venezia 2019) parlava di Politik der Blicke ovvero “politica dello sguardo”. Sguardo, prospettiva, vista, come guardi le persone, come si guarda a certi temi. Hillje : “come le persone si guardano a vicenda definisce il modo in cui si costruisce la società. Cambiare il loro modo di pensare, anche se di poco, è la base di un pensiero politico -.
Il nostro sguardo sul mondo rimane quello dei bambini, che possono rubare la marmellata, ma non smettono di dire la verità. Non smettono di fantasticare e produrre poesia.
Ci facciamo intermediari e proviamo, con l’aiuto degli artisti che con noi hanno scelto questa strada, a scoperchiare il vaso delle menzogne.
Quelle che si consumano in famiglia, nei silenzi omertosi, nelle metropoli tutte luccichii e paillettes, nella storia non così lontana della Spagna franchista.
Lo fanno Renato Cuocolo e Roberta Bosetti – Iraa Theatre dando voce ad Alice Murno e a uno dei suoi racconti più surreali.
Rabih Mroué, libanese, esponente di spicco di quel filone chiamato “perfomance forense” che svela le lacune tra eventi e i loro documenti o la mancanza dei documenti. In “Sand in the eyes” ritorna a parlare di Isis e della loro capacità di attrazione ma esamina anche politiche e dinamiche sociali. Con i Rimini Protokoll, collettivo svizzero/tedesco, tra i grandi protagonisti del teatro contemporaneo, parliamo di Cuba sessant’anni dopo la rivoluzione. Le storie delle famiglie di alcuni giovani ragazzi cubani, sono intervallate da domande fondanti sulla situazione politica e sociale di oggi.
E poi due film per raccontare due guerre, la violenza e la loro stupidità. Milo Rau che fa del suo film sul Congo il ritratto svelato di una delle più grandi e sanguinose guerre economiche della storia dell’umanità. Lola Arias, argentina, che quella che nel ’82 l’Argentina e la Gran Bretagna combatterono: la guerra delle Malvinas / Falkland.
Contro i nuovi Dei che vanno a mille all’ora, Yasmine Hugonnet con la sua danza dolce, si lascia andare a evocazioni, posture ed emozioni. E il tempo si dilata, si moltiplica, con umorismo e una delicata stranezza.
Boris Nikitin ha il coraggio di “negoziare” la sua biografia. La malattia di suo padre e la sua scelta di “divorziare” dalla vita attraverso un suicidio assistito. Nikitin mette insieme la difficile scelta di suo padre con la storia del suo coming out da gay e crea una serata teatrale sul nostro “essere in pubblico”.
Un capolavoro quello Kornèl Mundruzcò regista di cinema e teatro. Un evento poetico e politico. “Imitation of Life” è uno sguardo lucido sulle contraddizioni di una società – ungherese e non solo – in cui prevale ogni forma di discriminazione.
Winter Family con la israeliana Ruth Rosenthal ci descrive H2 l’area amministrata da Israele nella città palestinese di Hebron. Shuhada Street, l’arteria principale, oggi è una strada fantasma dove destini e narrazioni si intersecano.
Dalla sfavillante Corea del Sud, Jaha Koo artista autoctono, dà una toccante lettura sulla tragedia di una vita solitaria in una società completamente tecnologizzata.
Il Sud Africa di Rudi van der Merwe, il suo ritorno a Calvinia dove esplora come la città si occupa della realtà post-apartheid e della grave disuguaglianza e violenza riscontrata in tutte le città del Sud Africa.
La Spagna di Franco. Quella Spagna che ha permesso “all’uomo solo al comando” di rubare sotto gli occhi di tutti 300mila bambini alle loro mamme per darli in adozione a famiglie amiche del regime.
Politik der blicke.
I lupi, ritornano sulle Alpi a cercare salvezza sulle cime.
Noi ci “vestiamo” della sua metafora, per attraversare, come in un viaggio iniziatico, questi giorni del non amore, verso un futuro capace di nuovi sguardi.
Paola Tripoli
Direttrice artistica FIT
Sono dell’opinione che il teatro in questo momento non possa che parlare di violenza. Assistiamo attoniti, nonostante l’abitudine e il bombardamento mediatico, ad una cultura della violenza condivisa e accettata. La violenza è dappertutto: dalle vicine guerre ai ritorni delle destre nazionalistiche, dalla televisione spazzatura, sempre alla ricerca di capri espiatori, ai videogiochi per i più giovani, violenza su internet, in rete, nel linguaggio quotidiano.
Come sopravvivere a questa avanzata? Che cosa l’ha scatenata? La paura? La crisi economica? Una incapacità del “politicamente corretto” di non saper leggere che l’uomo necessita di un luogo dove sfogare la propria aggressività? Sono domande alle quali è difficile rispondere. Se a questo aggiungiamo l’annosa questione del potere e del suo mantenimento attraverso sistemi di violenza, spesso nascosti da governi pseudodemocratici, o che amano comunque definirsi tali, si capisce che il FIT ha preso una giusta decisione. Bisogna parlare di questo. Bisogna che la gente sappia, che il pubblico esca da teatro pieno di domande e dubbi.
D’altra parte non è esistita una civiltà culturale che non si sia domandata come arginare la violenza, insita nel DNA dell’essere umano. La cultura del male è una nostra cultura, siamo da sempre portati a confrontarci con la gestione del male. Oggi però le cose sono più difficili, abbiamo visto troppe cose, il nostro sguardo è cinico e consapevole, il 900 è finito e si porta via con sé ideologie e paternalismi, il potere non è più così visibile, si nasconde in zone di mercato molto difficili da raggiungere, la sua influenza sull’essere umano è più subdola. Il potere oggi può utilizzare sistemi tecnologici così sofisticati che la paura per l’archibugio del malvagio Cimosco di Ariosto pare ormai una favola per bambini, di cui però si prova una sincera nostalgia.
La sapienza greca e gli antichi rituali religiosi e contadini sembrano ormai troppo lontani per un loro possibile recupero, così come la lezione shakesperiana, ancora oggi così fondamentale per un’analisi del rapporto tra potere ed esercizio violento del potere. Penso però che il teatro resti uno dei pochi luoghi dove rito e filosofia coesistono e consegnano all’uomo strumenti di conoscenza necessari. Penso che la coerente programmazione del FIT, grazie alla sensibilità della sua Direttrice, possa ri-creare tra palcoscenico e platea quello spazio sapiente della Domanda: che tipo di uomini vogliamo essere? Il teatro contemporaneo, grazie alla sua attenzione verso gli strumenti di comunicazione, è un antidoto fondamentale alla malattia dell’ignoranza, che scatena ogni violenza. Sono per questo convinto che il pubblico che seguirà il nostro festival, aldilà dei generi teatrali o della riuscita o meno di tutti gli spettacoli, apprezzerà profondamente le scelte “accurate” fatte. É un programma vasto e profondo che continuerà la sua indagine durante tutta la stagione teatrale del LAC, grazie ad artisti quali Lola Arias o Milo Rau, che porteranno sul palco di Lugano interessanti documenti/spettacoli necessari all’obiettivo prefissato: un pubblico consapevole e maturo.
Carmelo Rifici
Direttore LuganoInScena
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