2021 Scena d’amore

INTRODUZIONE
L’amore non è un sentimento per tutti Paola Tripoli
Scena d’amore Maddalena Giovannelli, Francesca Serrazanetti
Materiali: Antologie d’amore

I– INTORNO AL FESTIVAL 
“Gli disse: amor, se mi vuoi bene…” Maddalena Giovannelli
Trasmettere un atto di amore
 Francesca Serrazanetti
Ripensare il futuro è un atto d’amore?
Roberta Ferraresi

II – SGUARDI
Mais on peut les lire
Giovanni Agosti
L’arte, un esercizio per la vita
Barbara Giongo
Non siamo soli Tomasz Kirenczuk

POSTFAZIONE
Amo… Amo… Kostja amo
Carmelo Rifici

APPENDICE
Preferirei che a far nascere in voi l’amore…
Renato Palazzi


 

L’amore non è un sentimento per tutti
Paola Tripoli

L’amore in definitiva non è un sentimento per tutti, ma piuttosto è un impegno e un’adesione, scriveva Erich Fromm.
Decido, senza dispiacermene, di diventare sentimentale, nel senso di desiderare di porgere attenzione a ciò che riguarda i sentimenti. Forse anche romantica, che come definisce la Treccani: «[…] è di chi è o si mostra incline alle suggestioni del sentimento e della fantasia più che a una concezione razionale e pratica della vita, o di chi è o si mostra di carattere appassionato e malinconicamente sognante, specialmente nell’amore».
Questa è stata l’edizione 2021 del FIT. Una sorta di ragionamento per aprire gli scenari di una ripartenza. Non tanto a seguito del post pandemia, ma piuttosto sul teatro.
Ho avuto come la sensazione che si fosse arrivati all’ultimo giro di boa, e me lo sono pure augurato. Che fosse necessario ripartire dalla cura. Da un interessamento solerte e premuroso, che impegnasse sia il nostro animo sia la nostra attività: avere cura, prendersi cura di qualcuno o di qualche cosa, occuparsene attivamente, provvedere alle sue necessità, alla sua conservazione.
Degli artisti, del pubblico, del teatro. E, quindi, del rapporto tra artista e pubblico.
Due interessanti strade sembrano delinearsi, entrambe portatrici di cura per il teatro: da una parte, la rinuncia, che alcuni artisti stanno operando sulla scena, di forma e stile apre scenari inaspettati che connettono alcuni di loro con l’attivismo; dall’altra, alcuni fanno la scelta di un ritorno al “Teatro”.
Un esempio per tutti in questa edizione porta il nome di Romeo Castellucci e del suo Bros. Una coerenza maniacale contraddistingue le scelte di questo artista, mai piegato alle mode che dilagano in questi anni sulle scene europee, che va alle origini del teatro, al suo carattere primigenio rituale e simbolico. Ritornare alla cura dei mestieri, a una capacità artigianale di un sapere del fare, a un teatro fondato sulla totalità delle arti e rivolto a una percezione integrale. Ma l’amore/cura, in definitiva, non è un sentimento per tutti.
E a poco servono, in mancanza di cura, quelle pratiche trasmigrate, dal marketing alle pratiche artistiche, dove ci si interroga su quale ruolo ha o dovrebbe avere la cultura nel perseguire il benessere della società; su a cosa serva, in fondo, la cultura. A poco serve l’idea che i pubblici non siano mero ricettacolo passivo di significati imposti da altri, ma piuttosto soggetti coinvolti sia cognitivamente che emotivamente.

L’audience development, per intenderci, è oggi un approccio organizzato, che ha come fine lo sviluppo di nuove e molteplici relazioni con il pubblico. Una strategia che, se non accuratamente sorvegliata, rischia di creare storture e pericoli anche laddove si propone non solo di aumentare il numero di spettatori, ma anche di creare nella comunità un senso di appartenenza, partecipazione, quindi un’attività di cura.

Il rischio (non sempre), è che si deleghi, anche in questo caso, ad algoritmi ragionati, quello che invece è compito e responsabilità del curatore. Figura a cui spetta prendere in carico il rischio di scelte coraggiose, di contenuto e di forma. Che decide di parlare della complessità.

Renato Palazzi e l’amore per il teatro

E a proposito di amore il mio pensiero va a Renato Palazzi, da poco scomparso.
Era l’estate del 2016 quando io e Carmelo Rifici lo abbiamo incontrato seduti al bar La Belle Aurore di Milano. Carmelo Rifici (che insieme a me è creatore e curatore di questa collana e che più di altri lo aveva conosciuto), quando abbiamo sentito il bisogno di interrogarci su pratiche e prassi del teatro contemporaneo, mi aveva sollecitato questa conoscenza e il suo coinvolgimento profondo nel progetto. Ho così conosciuto il pensatore, l’intellettuale, il curioso, l’apripista, il critico ma soprattutto l’uomo. Erano il suo entusiasmo, la sua intelligenza, la sua voglia di curiosità, la sua capacità di trasferire il tesoro della sua esperienza che si erano mostrati con tutta la loro forza durante quell’incontro. Quello che ho visto era un uomo innamorato che sapeva cosa significa amare il teatro. Era un sentimento che lui, come pochissimi altri, aveva saputo mettere in pratica, restituendo al teatro un pensiero lucido e senza snobismi. Le nostre brevi telefonate mi aiutavano a farmi domande. A rimettere in ordine luoghi comuni, a battagliare contro il conformismo, a trovare un alleato a volte e, altre, un acuto contradditorio. Ho scoperto cosa significa essere militanti del teatro quando ho visto come lasciava che il teatro  attraversasse il suo corpo, come scopriva con gioia la lingua scritta della realtà. Come riscriveva ogni volta la storia del teatro che vivevamo, con la capacità, sua sola, di riuscirci anche se contemporaneo al contemporaneo. E come anche la sua scrittura, oltre quella che poche volte si ha la fortuna di vedere sulla scena, riscriveva la storia, diventando quindi una scrittura politica.

Il giro di boa

Anche i Quaderni del FIT, dopo il quinquennio conclusosi col numero precedente, fanno un giro di boa. Con l’edizione odierna abbiamo iniziato a dare corpo e respiro alla curatela editoriale
che ha visto me e Carmelo Rifici, il FIT e il LAC incontrarsi per elaborare pensieri e riflessioni.
Così come già accaduto con Lingua Madre. Capsule per il futuro (progetto digitale elaborato durante la pandemia dalla nostra co-direzione); come da anni accade con Un festival Lungo un anno, sorta di consigli che il FIT dà al suo pubblico nella scelta di alcuni spettacoli della stagione teatrale del LAC; come il LAC che da anni apre la sua stagione teatrale con il FIT, marchiamo questa forte sinergia artistica e di pensiero dando vita alla collana Sguardi sul contemporaneo. Noi del FIT, dal canto nostro, non ci sentiamo depredati, ma arricchiti da una corrispondenza foscoliana di amorosi sensi. Il giro di boa, come è evidente, ha interessato a partire da questa edizione la forma: una nuova cura grafica.
Con l’edizione 2023 toccherà anche la parte editoriale e la maternità/paternità dei contenuti. Una visione allargata alla presenza di tutto ciò che di contemporaneo noi due curatori sceglieremo nei prossimi anni per le rispettive programmazioni del LAC e del FIT; uno sguardo che coinvolgerà intellettuali e pensatori di diverse nazionalità, luoghi di residenza, paesi e città, di discipline sempre aldilà del teatro (come abbiamo già fatto), capaci di interrogarsi sul mondo e sul contemporaneo guardando il più lontano possibile. Intellettuali e pensatori che sceglieremo con grande attenzione e cura, cercando di far diventare la nuova collana un piccolo e contemporaneo osservatorio sul mondo.